L’avvocato non può essere nominato amministratore condominiale

Il Consiglio Nazionale Forense, aggiornando le Faq (Frequently asked questions) sulla nuova legge professionale, ha chiarito che l’avvocato non può occuparsi della gestione del condominio.
La recente disciplina in materia di professioni regolamentate senza albo (Legge n. 4/2013), difatti, ha trasformato l’attività di amministratore di condominio in un lavoro autonomo, da svolgere necessariamente in modo continuativo o professionale, statuendo al secondo comma dell’articolo 1 che: “per «professione non organizzata in ordini e collegi», di seguito denominata «professione», si intende l’attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell’articolo 2229 del codice civile, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative”.

Al contempo, la disciplina dell’ordinamento forense (firmata dal Capo dello Stato il 31 dicembre 2012), all’articolo 18, primo comma, lett. a) ha previsto l’incompatibilità della professione di avvocato “con qualsiasi altra attività di lavoro autonomo svolta continuativamente o professionalmente, escluse quelle di carattere scientifico, letterario, artistico e culturale, e con l’esercizio dell’attività di notaio. È consentita l’iscrizione nell’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, nell’elenco dei pubblicisti e nel registro dei revisori contabili o nell’albo dei consulenti del lavoro “.
Pertanto, premesso che quella di amministratore condominiale deve essere attualmente considerata una “professione”, tale attività non può essere svolta da coloro che esercitano la professione forense.

Quando l’amministratore deve rivolgersi ad un avvocato per chiedere l’emissione di un decreto ingiuntivo?

Prendiamo spunto dal suggerimento di un nostro lettore per un articolo riguardante il sempre attuale tema del decreto ingiuntivo condominiale; sempre attuale anche e soprattutto in questo periodo di crisi.
Il lettore pone questi interrogativi:
Cosa deve fare l’amministratore affinché il moroso condomino venga messo nelle condizioni di pagare il dovuto? In che modo l’amministratore deve operare nel caso di necessità di chiedere un decreto ingiuntivo? Che cosa può fare lui personalmente e quando deve rivolgersi ad un avvocato per fare questa operazione?
E’ bene, prima di rispondere, svolgere una breve introduzione.
“Al Condominio – onde gli sia consentito in concreto di conseguire la sua istituzionale finalità di conservazione e gestione della cosa comune nell’interesse della collettività dei partecipanti, mediante la manutenzione, ordinaria e straordinaria, delle parti comuni dell’edificio e l’esercizio dei servizi comuni – è necessario poter fare fronte con regolarità alle relative spese e che all’uopo risulta imprescindibile la puntuale riscossione dei contributi dovuti dai condomini secondo il piano di riparto approvato dall’assemblea (o, comunque, materialmente elaborato in conformità alle tabelle millesimali vigenti: cfr. Cass. 26.10.96 n. 9366), il legislatore ha predisposto un sistema di strumenti adeguatamente coordinati, com’è all’evidenza desumibile da una lettura sistematica della disciplina elaborata al riguardo con la pertinente normativa civilistica e segnatamente con l’art. 1130 c.c. e art. 63 disp. att. c.c., comma 1, anche in relazione agli artt. 633 e 634 c.p.c.